Cosa nostra tra massoneria e servizi: la figura di Gianni Chisena

Come vi avevo anticipato domenica scorsa, oggi cominciamo a entrare nel vivo di quella che è stata l’importante audizione alla Commissione parlamentare antimafia di Luana Ilardo, figlia del boss Luigi Ilardo, che aveva cominciato un percorso di collaborazione con la giustizia, prima come infiltrato in Cosa Nostra, poi come pentito, ma che fu ucciso pochi giorni prima di iniziare il programma di protezione.
Nella sua testimonianza Luana Ilardo si concentra sulla figura di Gianni Chisena, un personaggio molto interessante, che in altre fonti e testimonianze troviamo anche con il cognome Ghisena. Ecco cosa racconta Luana Ilardo.

“In quegli anni era abitudine nascondere i vari latitanti presso delle famiglie rispettabili e insospettabili, mio nonno infatti era uno dei più grandi commercianti di bestiame italiani, tanto da essere il primo fornitore dello Stato e successivamente anche per l’Estero a farne un candidato ideale.
Non sono in grado di descrivere con certezza i canali di come ciò si determinò, presumo tramite il Francesco Madonia, che Luciano Liggio un giorno chiese a mio nonno di nascondere per un periodo di tempo un personaggio alquanto ambiguo, certo Gianni (Giovanni) Chisena.
Il Chisena era un personaggio dotato di grande carisma e mio padre più giovane di lui, ne rimase affascinato. Cominciò così una grande amicizia tra loro due. Mio padre ne divenne suo autista e accompagnatore.
Le dichiarazioni di mio padre lo descriveranno come un uomo di altissimo livello, nonché anello di congiunzione tra la massoneria, ’ndrangheta, criminalità organizzata esistente del nord Italia, la destra eversiva e i servizi segreti. In quel periodo il Chisena, oltre a mantenere detti contatti, si occupava di varie attività criminali, come rapine in banca, contrabbando di sigarette, di droga, sequestri di persona e altri “impegni” illeciti riguardo compravendita di armi ed esplosivo. Mio padre racconterà che, in un’occasione, fu lui stesso ad accompagnarlo alla base militare di Augusta e, rimasto in macchina ad attendere il Chisena, lo vide parlare con due uomini “particolari”, non di mafia, che, scesi da una classica auto tipo “ministeriale”, lo intruderanno all’interno della base dove insisteva e non so se esiste ancora, l’arsenale militare, da dove poi il Chisena ne uscirà con una valigetta in mano contenente esplosivo. Questo accadrà, sempre nelle stesse modalità, per ben due volte”.

“Un’altra volta ancora mio padre accompagnò il Chisena sul traghetto Messina-Reggio dove, facendo la tratta di andata e ritorno, lo vide parlare con personaggi “similari” (sempre non di mafia) a quelli che aveva incontrato alla base di Augusta. Il Chisena, oltre a possedere documenti e tesserini falsi di tipo “ministeriali” in colore verde azzurrino uguali o similari a quelli di cui sono dotate le forze di polizia e i servizi segreti, confidò in diverse occasioni a mio padre di godere di coperture istituzionali che ne garantivano la latitanza e con le quali era in “affari”. ll Chisena confidò inoltre a mio padre che gli stessi aiuti li aveva da parte dell’autorità giudiziaria a livello nazionale e, in particolare, con alcuni magistrati che “sistemavano” processi, infatti anche dopo il suo arresto aveva sempre trattamenti particolari che gli permettevano di essere frequentemente trasferito nelle strutture carcerarie da lui richieste. Fatto di assoluta importanza è l’amicizia salda che vedeva molto legati lo stesso Chisena al Luigi Savona, massone molto noto, operante nel Torinese, di origine siciliane, poi indagato per la sua “vicinanza” con l’organizzazione eversiva di estrema destra Ordine Nuovo.
Successivamente il Chisena venne arrestato e troverà la morte in circostanze rimaste misteriose durante una rivolta di detenuti nel carcere di Fossombrone”.

In realtà, i giornali dell’epoca dicono chiaramente che quella rivolta del 27 aprile 1981 nel carcere di Fossombrone era servita a camuffare l’omicidio di Chisena. Fu senza dubbio un’esecuzione, visto che venne ucciso con sessanta coltellate. I giornali dell’epoca parlano della rivolta, del sequestro di alcune guardie carcerarie e dell’uccisione di Chisena. Il principale accusato del delitto fu il brigatista Franco Bonisoli, che aveva partecipato al sequestro di Moro, sparando in via Fani il maggior numero di colpi. Processato per direttissima per l’omicidio Chisena assieme ad alcuni ergastolani – tra cui Sabino Falco, uomo di Renato Vallanzasca, boss legato anche a terroristi di destra – Bonisoli viene condannato nel 1983 a quattro ergastoli e dopo un paio d’anni si dissocia dalla lotta armata. La sua pena viene commutata e nel 2001 esce definitivamente dal carcere.
Di un collegamento tra la morte dello statista della Dc e Chisena aveva parlato Luigi Ilardo. Aveva raccontato che il giorno della morte di Moro, di rientro in Sicilia in auto dopo un incontro con uomini del Sid a Roma, alla notizia del ritrovamento del corpo, Chisena disse: «Allora l’hanno fatto. L’hanno voluto fare».

Traffico di armi e materiale esplodente in cui sono coinvolti i servizi segreti, rapporti stretti con massonerie ed estrema destra, omicidi frutto di strane convergenze: tutti elementi che si ripetono nella maggior parte dei grandi misteri italiani.

Un altro punto importante nelle parole di Luana Ilardo riguarda la figura di Luigi Savona. Ma chi è Luigi Savona? Un rapporto della Dia di Firenze del 2002 sulle stragi del 1993 scrive che Cosa nostra per fare pressioni sullo Stato usa come “determinante leva di pressione (…) quell’alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù – Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano – Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze”.
Se pensiamo che Ilardo disse che nelle stragi degli anni Novanta avevano avuto ruoli determinanti anche pezzi dello Stato, si capisce quanto la sua futura collaborazione potesse dare fastidio, non solo alla mafia.

(CONTINUA)